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Showcase: Andrea Torelli

Intervista ad Andrea Torelli

Fluster Magazine

Andrea Torelli, fotografo e trentino anomalo, come lui stesso ama definirsi. “Sento la necessità di confrontarmi in nuove sfide stimolanti quindi girare l’Italia e il mondo per ogni tanto tornare a casa e bere l’acqua buona. Ora mi dedico alla fotografia a tempo pieno, in passato ho anche lavorato in palestra e cucinato.”    

Intervista di Lucia Ferrazzano

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Come ti sei avvicinato alla fotografia?

Mio padre me l’ha fatta scoprire, lui sviluppava e stampava in casa, mentre io vivo in un’epoca digitale e più comoda. Credo però che il mio breve passato analogico si possa vedere nelle mie scelte fotografiche. Un amico poi mi ha aperto altri orizzonti. L’evoluzione e l’involuzione in un fotografo sono fattori naturali, guardando i lavori nel tempo si possono notare molti cambiamenti ma anche molti punti fermi. Possono cambiare i gusti ma non la sensibilità. Un po’ come ascoltare la discografia di una band.

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Cinici a chi?

Nel mio ultimo giretto a casa in Puglia per il ponte ho rivisto alcuni dei miei amici, e nel rispetto della nostra tradizione, siamo finiti inevitabilmente a parlare dei massimi sistemi del mondo.
L’argomento trattato ha tirato in ballo la definizione di “cinismo“.

Stiamo vivendo un periodo storico non molto felice: la precarietà è la norma, la stabilità e le certezze un racconto tramandato dai nostri genitori, lo scandalo e l’immoralità prassi quotidiana, e nell’aria aleggia un malessere diffuso.
Qualcuno sostiene che l’unica cosa che resta alla nostra generazione sia il cinismo.
Ok, sono d’accordo nel dire che non stiamo di certo vivendo una favola, ma del resto non l’abbiamo mai vissuta. Mi spiego.
Sin da quando sono nata mi sono trovata sempre delle riforme un passo avanti a me, rivelatesi ben presto fallimentari, da quella scolastica, universitaria, lavorativa e statale. Un po’ come dire che sono cresciuta di pari passo al fallimento italiano. Io i bei tempi andati li conosco solo per sentito dire, non li ho mai vissuti, la realtà in cui ho vissuto è sempre stata questa, di conseguenza non posso rimpiangere cose che non conosco, non ho mai provato l’alternativa alla mia società.

Incuriosita ed un po’ infastidita dal discorso, perché queste cose proprio non mi vanno giù, ho approfondito la questione.
Recita il dizionario:
Cinismo[ci-nì-smo] s.m.
1 – Disprezzo, indifferenza verso la morale e i valori comuni
2- filos. Corrente filosofica diffusa nell’antica Grecia, caratterizzata dal disprezzo per le comodità della vita e orientata verso la ricerca costante della felicità attraverso la virtù, sec. XVIII”

Se per cinismo ci riferiamo alla corrente filosofica allora concordo.

Non voglio credere che l’unica cosa che mi resti sia il cinismo, che ha in sé un’accezione negativa, ma voglio forse “illudermi” come mi hanno detto alcuni, che la mia generazione abbia ancora una speranza di farcela, e di dimostrare ai politici che ci hanno definiti “bamboccioni” prima e “choosy” poi che si sono sbagliati sul nostro conto, e che nonostante i loro errori (perché non voglio addossarmi colpe che non mi competono, ed è ora che inizino a prendersi anche le loro responsabilità e non solo lauti compensi), con tempi diversi rispetto al passato, ci riprenderemo tutto quello che ci spetta.
Lasciamo il “cinismo” a chi ha memoria storica, riappropriamoci con forza della speranza e diamoci da fare, perché nulla è scontato e nulla ci è dovuto.

Dunque cos’è che salverà noi giovani e che quindi salverà tutto il presente e il futuro prossimo?
Iniziativa, intraprendenza, flessibilità sono tutte doti che una buona parte sta sviluppando e che altri sono costretti ad imparare. Se le generazioni che ci hanno preceduto hanno fatto errori di cui noi paghiamo e pagheremo ancora le conseguenze, a noi spetta apprendere da ciò e porre un freno al circolo vizioso.
Chiediamoci quindi quali sono effettivamente gli errori delle scorse generazioni e cerchiamo risposte oneste.
Facciamolo per noi stessi, perché è da lì che dobbiamo partire! È da lì che modificheremo i nostri comportamenti che non vanno (perché è sempre da loro che abbiamo imparato), è da lì che cercheremo strade alternative ed è da lì che costruiremo la nostra responsabilità.
Già, perché un giorno toccherà a noi lasciare qualcosa a chi verrà dopo e non sarà bello scoprire di aver ingoiato tanto malessere ma di non aver cambiato niente, non sarà bello né per noi né per chi verrà dopo.
Rimbocchiamoci le maniche e facciamo “di necessità virtù”.

Grazie a Marco e Misù per i loro spunti, sempre molto costruttivi.

Lucia e Michele Cartisano
(perché questo post è il frutto di un lungo discorso ed una notte insonne)

Comunicare con le immagini: dai media ai social media

Comunicare con le immagini: dai media ai social media

Dalle immagini pubblicitarie degli anni 20 all’Hangout di Google : come è cambiata la comunicazione visiva

Intervista ad Eugenia Savino per FlusterMagazine.com

Fluster Magazine

Eugenia Savino aka Eusibe, 26enne cresciuta in un paesino di 4000 abitanti nella campagna Parmense, uno di quei posti molto tranquilli, in cui la necessità di aver qualcosa da fare per rompere la routine può diventare virtù, come è accaduto nel suo caso.
Una ragazza modesta ed umile a cui non piace definirsi fotografa ma una che “tenta davvero di esserlo”. Appassionata da sempre alla fotografia, “non ricordo la prima foto che ho scattato, forse una foto di mamma e papà con le teste tagliate”, ma la vera illuminazione sul quello che avrebbe voluto fare in futuro le arriva a 22 anni, mentre faceva un lavoro che non le piaceva affatto, decidendo così di cambiare rotta iniziando a studiare fotografia, prima da autodidatta e in seguito all’Istituto Italiano di Fotografia, una passione in continua crescita.
Intervista di Lucia Ferrazzano
 
I tuoi ultimi lavori sembrano richiamare il rumore di alcune…

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Digressione

Fumetti!

Quello di ieri è stato uno di quell’incontri in cui speravo da tanto: un incontro sull’evoluzione della figura dell’eroe nei fumetti.

L’incontro si è tenuto nella magnifica sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna, un ambiente molto suggestivo, che ha contribuito all’emozione del caso.
Luca Raffaelli, relatore per la Repubblica delle Idee ha dialogato con Michele Masiero e gli altri membri della scuderia Bonelli, nota casa editrice di fumetti, tra cui spiccano per popolarità Tex e Zagor.
Da appassionata di fumetti sin da bambina, mi sono trovata per un periodo, durante gli anni del liceo a tener quasi nascosta questa passione per via dello scarso “valore culturale” cui gli veniva riconosciuto: in un ambiente in cui ci venivano spiegati i grandi classici della letteratura, i fumetti erano visti come i fratelli minori delle arti da non prendere sul serio.
Sentir parlare ieri lo sceneggiatore, l’editore di personaggi inventati, in una cornice come quella dello Stabat Mater mi ha emozionata, e gratificata.
“Il fumetto è cultura popolare, non si faccia più distinzione tra cultura alta e cultura bassa, è prima d tutto passione”
M.Masiero
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Organizzare…uno scontro

La Bologna di ieri, a detta del mio vicino di tavolo in pizzeria (bolognese autoctono), era “quella che non si vedeva dagli anni d’oro: piena di gente, di cultura…bella!“, gli si illuminano gli occhi mentre racconta per telefono all’amico siciliano tutti gli incontri con gli scrittori, sociologi, giornalisti, organizzati nell’ambito della manifestazione della Repubblica delle idee 2012.

Quella che invece ho visto io, ieri pomeriggio in via Indipendenza, mi è piaciuta un po’ meno.
Dopo aver accompagnato degli amici che erano riusciti ad avere l’accredito per l’incontro con Monti organizzato dalla Repubblica delle Idee, mi sono ritrovata tra le camionette della polizia ed un gruppo di manifestanti.

La protesta di questi ultimi era contro Monti e la sua gestione dello Stato, e fin qui ci siamo, ma la cosa che non sono riuscita a capire è: perché cercare violenza?
Ho ascoltato tutti i loro discorsi, alcuni condivisibili, altri meno, ma non condivisibile da parte mia la loro modalità di azione.
Presentarsi mezz’ora prima che inizi un evento, che si sapeva sarebbe stato blindatissimo, (è pur sempre il premier) con la pretesa di voler entrare in teatro per fare delle domande, attrezzati di padelle, fumogeni ed altro mi sembra un tantino pretestuoso.

La mia non vuole essere pura critica, mi chiedo perché magari non si sia scelto di boicottare l’evento, o magari organizzare un contro-incontro di informazione su quanto sta accadendo in Italia e su quello che è il loro pensiero, o ancora, perchè non scegliere una forma di manifestazione non violenta. Vivo a Bologna, frequento ambienti attivi e dinamici e mi chiedo perché non avessi sentito in giro la voglia di “manifestare le loro idee contrarie” e solo quella di voler far casino, perché scusatemi ma questo è stato il risultato.
Quello che ho visto con i miei occhi è stato: caricare la polizia per cercare lo scontro, far esplodere delle bombe carta, incuranti del fatto che durante il fine settimana quella zona è molto frequentata, soprattutto da famiglie e poi sentirgli dire “state penalizzando i commercianti della zona”, ma la cosa che mi è sembrata davvero fuori luogo è stata quella di volersi “paragonare alla Diaz”.
Mi sembra una presa in giro a chi quella notte era in quella scuola e ne sta ancora pagando le conseguenze e ripercussioni varie, e credo non serva aggiungere altro.

Resto favorevole all’attivismo e continuo a credere che i giovani possono fare qualcosa di concreto per contribuire al cambiamento della società, ma non posso dar ragione a chi si presenta “organizzato” allo scontro, con poche argomentazioni, osa paragonarsi alla Diaz, e dopo aver avuto quello che voleva ( il tutto in45 minuti al massimo) grida al microfono “Restate uniti e seguite il camion: continuiamo a ballare in piazza Verdi, la festa continua!!!”.

Prima di accodarci alla massa ragioniamo, a volte le conseguenze le pagano in tanti.

“mi sono rotto il cazzo che non sono d’accordo con te,
Ma morirei affinché tu possa dire la tua stronzata

Mi sono rotto il cazzo, Lo Stato Sociale

Video dello scontro

Sì, viaggiare

Confesso che adoro viaggiare.

Se anche qualcuno mi chiedesse di accompagnarlo all’aeroporto per prendere un lontano parente che torna dall’argentina, io entro in men che non si dica nella modalità “turista”.
Il viaggio é uno stato mentale, non si può dire di viaggiare veramente se non si é totalmente pronti ad accogliere l’imprevisto, ad aprirsi e a lasciarsi andare.
Sbaglia, secondo me, chi per sentirsi in viaggio aspetta di dover percorrere centinaia di km, di avere una valigia piena o un biglietto aereo alla mano.
Si può viaggiare anche senza spostarsi troppo (quando magari il lavoro o la situazione economica non lo permettono), senza per questo perdere lo spirito d’avventura.
Basta non perdere la capacità di meravigliarsi e la curiosità che ci spinge a conoscere, piccoli esercizi che se messi in pratica tutti i giorni producono effetti fantastici.
“un vero viaggio di scoperta non consiste nell’esplorare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”
M.Proust
Buon risveglio e buon viaggio a tutti.
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